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Il giorno in cui una lacrima solcherà il tuo viso, senza che tu te ne accorga; quel giorno in cui sentirai il rigoglio interiore della purezza e della gioia eccelsa senza causa, senza che tu l’abbia deciso; nel giorno in cui esploderà in te un'innocenza ed una castità così radiosa e chiara, senza che tu l’avrai scelta; scoprirai allora che l'amore vero non l'avresti potuto mai trovare, perché solo in quel momento, quell'amore puro, casto ed incondizionato, sarai tu stesso, senza saperlo. Quell’istante potrebbe essere anche solo un attimo, un barlume, un palpito, oppure un flebile respiro, ma in quell'infinita ed eterna bellezza incontaminata, dove lo spazio per il tempo non c’è più, c'è tutto il senso straordinario del vivere.
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Un secchio d'acqua accanto al fiume di sorgente. Un palloncino inerte che danza nel cielo sconfinato da solo e senza meta. La ricerca vana della speranza, che trova alla fine, sempre e solo un altro inizio di sé stessa.
Il nuovo non può avere rapporto alcuno con il vecchio.
Non è il confine del noto, un bordo valicabile, il suo opposto, il contrario, oppure il suo contenitore.
Lo sforzo del conosciuto di acquisirlo, di lottare per raggiungerlo o di torturarsi per riceverlo, è il desiderio del vecchio che proietta sé stesso come novità.
Asserire che il nuovo è questo o che non sia questo è partire sempre dal noto per trasferirsi, attraverso un'idea, nell'ignoto: siamo sempre nel campo del vecchio che, esausto delle sue reiterazioni meccaniche, adesso è in cerca di differenti e soddisfacenti fughe, denominate novità.
Il nuovo inoltre non può essere riconosciuto o sperimentato, perché se lo fosse, allora sarebbe già vecchio.
Può il vecchio smettere di reiterarsi nella speranza di raggiungere e toccare lo sconosciuto, per diventare nuovo?
Del resto è straordinario notare come ci si reputi essenzialmente e profondamente insufficienti, tendendo generalmente a seguire ed imitare sempre qualcuno, oppure essere un altro, considerato in ogni caso migliore di sé stessi, in grado di darci la luce radiosa della novità.
Ma il nuovo non è quel miraggio etereo disperatamente ricercato dall'arido deserto di sé stessi, non è la rinuncia di ciò che si è per ottenere il sublime, non è il risultato del sommare altra conoscenza per toccare il limite del conosciuto e valicarlo: non c'è viaggio, metodo, ponte, lotta o tecnica in grado di mostrarlo o farci ritrovare in esso.
Se l'incognito esistesse, si manifestasse o potesse essere percepito, si tratterebbe allora sempre dell'illusione avulsa del cognito che presume di essere tale.
Ora, ogni forma di movimento, sia esso materiale che non, esprime misura, spazio e tempo, pertanto ciò che si muove, è finito, dunque è notabile. La mente intrappolata in sé stessa, nei corridoi dei suoi desideri, nei costanti fracassi dei suoi rumori, nelle infinite direzioni interiori percorse per appagarsi, nelle stesse stanze delle sue memorie usate per adorarsi o condannarsi, negli sforzi disciplinati o imposti dal rimanere immobile, è sempre parte di un movimento, quello del pensiero che si percuote nelle reiterazioni cognite delle immagini di sé stesso, per cercare di rimanere fermo e giungere al nuovo.
Quando però la mente è davvero immobile perché osserva curiosamente sé stessa in oblio, non per scelta o cognizione e soprattutto senza volere nulla in cambio, quando straordinariamente sovviene quella fermezza salda ed irremovibile dell'attenzione assorta di ciò che veramente si è, quando accade una quiete silenziosa che senza nessun motivo adduce quell'innocenza dell’umiltà del non conoscere più niente e di non avere più alcuna certezza di nulla, allora non c'è spazio più per il noto, per il certo, per quella stabile ripetizione di ciò che si è sempre saputo, ma sovviene invece uno stato sconosciuto, immenso, senza confini, senza tempo, non sperimentabile da colui che vuole provarlo, non visibile da colui che intende vederlo e non memorizzabile da colui che intende ricordarlo in seguito per servirsene.
Ma quando invece il sé si muove nella mente, seppur impercettibilmente, il noto allora appare, il finito si manifesta ed il vecchio nel riconoscersi, è sempre stato lì, ripiegato su sé stesso a ripetere le stesse manie fobiche del suo costante risalto: vedere questo, è novità. La mente dunque deve vedere che non potrà mai diventare il nuovo, ma può forse esserlo, se finisce davvero di rimanere vecchia e logora, senza progettare più altro.